Riflessioni...

Domenica 9 novembre, approfittando della finestra di sole dopo tanti giorni di pioggia, abbiamo realizzato una giornata di Training di Arrampicata Libera.

Siamo stati a Ciampino.

La giornata è stata piacevole e produttiva. Abbiamo potuto fare diverse salite rinfrescando le nozioni del corso base e addentrandoci sempre di più nel vivo di questa pratica che, uscita dopo uscita, va oltre lo sport e diviene sempre di più passione e anche fonte di ispirazione per tante riflessioni.

È sempre più evidente, infatti, che la roccia metta a nudo la nostra vera essenza, mostrandoci limiti e risorse non solo del nostro movimento in arrampicata.

Il clima di lavoro è rilassato: si preparano i materiali e dopo un breve riscaldamento, facciamo il punto della giornata e ci mettiamo all’opera.

Iniziamo su vie semplici per aumentare salita dopo salita la complessità degli itinerari.

Noto con piacere la maturità con cui vengono affrontate alcune vie: movimenti fluidi e rilassati, senza sprechi di energie.

Nel complesso, nel corso della giornata, sono emersi bei movimenti e spunti di buona creatività.

Ma il bello arriva con le prime difficoltà! Il bello, perché quando cominciamo a salire sentendoci in difficoltà significa che stiamo viaggiando su quella striscia di terra interiore che si avvicina al nostro limite e che ci consente di esplorare realmente le nostre possibilità: cominciamo a percepire la linea di confine tra noto ed ignoto, tra ciò che sappiamo di noi e ciò che ancora ignoriamo. Quando arriva un passaggio e non sappiamo a priori se riusciremo a risolverlo, è lì che si espandono i confini della nostra consapevolezza. Nella mente inizia una rapida rassegna delle nostre esperienze per cercare di creare una prevedibilità dell’evento e tentare di definire in anticipo se riusciremo o meno nell’impresa: quando nella nostra  mente non compaiono, apparentemente, esperienze analoghe, inizia l’avventura.

È in questo momento che ciascuno mette in campo non solo le proprie capacità, ma inizia ad esplorare le proprie potenzialità, le proprie risorse.

 

Apparentemente tutto sembra normale: il primo di noi che inizia ad affrontare una via difficile si trova su un passaggio chiave. È una situazione in cui a turno ci si troverà tutti. Al primo timido avvicinamento capisce che non saranno sufficienti le strategie fino a quel momento messe in campo per risolvere il nocciolo della via.

Realizza allora una serie di “pseudo-tentativi”. Gli pseudo-tentativi non sono dei tentativi veri e propri, perché non varcano mai la soglia del confine di sicurezza di ciò che ci è noto e lasciano sempre aperta la strada del ritorno: infatti in questi casi non si cade, piuttosto si arriva fino ad un certo punto, e poi si riscende al punto inferiore o ci si appende alla corda.

Il numero di pseudo-tentativi che vengono effettuati prima di affrontare un passaggio variano da persona a persona. L’importante è sapere due cose: a volte possono assorbire più energie di quelle che richiederebbe il passaggio stesso e possono portarci ad esaurire quella necessaria per risolvere il passaggio e secondo, fondamentale è non possiamo accontentarsi solo di pseudo-tentativi per definire se un passaggio è alla nostra portata oppure no (non sono realmente attendibili).

Non dobbiamo avere paura di varcare il confine di quello di cui siamo sicuri, o meglio, è utile e importante riconoscere, accettare e gestire la paura, per riuscire a realizzare dei movimenti nuovi che con uguale probabilità potranno portarci alla soluzione del passaggio o a cadere.

In entrambi i casi avremo ottenuto un importante successo: avremo realizzato un vero tentativo. In caso di risoluzione capiremo che quello che ci sembrava essere il confine delle nostre possibilità, in realtà era solo una “prossimità” e non ancora il confine e quindi abbiamo ampliato di un pezzettino la frontiera della conoscenza delle nostre capacità e della consapevolezza delle nostre risorse (prima di passare, non potevamo dichiararci sicuri di riuscire a risolvere il problema, ora possiamo dire di saperlo). In caso di caduta, ci rendiamo conto di aver toccato il limite delle nostre capacità e che questo contatto non ha avuto conseguenze così catastrofiche come nelle nostre fantasie prima di arrivarci: da questo punto in poi, possiamo solo andare avanti, migliorare, crescere!

L’aver toccato il limite, definisce con maggiore chiarezza quali possono essere le nostre potenzialità e in quale direzione richiamare delle nuove risorse per risolvere il punto. Ciò significa che potremmo aver semplicemente bisogno di riprovare, avendo meglio compreso di cosa c’è bisogno (difficilmente ci si dovrebbe accontentare di un solo tentativo), oppure potremmo aver compreso su quali aspetti lavorare per tramutare le nostre potenzialità in risorse ed arrivare domani a passare dove oggi non riusciamo. Ricordiamoci infatti che il modo di passare c’è (tranne in alcuni casi, ma non al nostro livello di arrampicata) e che ciò che ci sembra impossibile oggi, potrà essere possibile domani. L’importante è continuare ad allargare la frontiera della nostra consapevolezza e mettere in campo sempre nuove risorse.

Inoltre, la preziosità della caduta, è insita nella sua causa: cosa mi ha fatto cadere? Cosa non mi ha permesso di risolvere il passaggio?

Scopriamo allora che ci sono diversi ordini di difficoltà. Potremmo parlare di difficoltà mentale, difficoltà emotiva, difficoltà tecnica o difficoltà fisica. Naturalmente il confine tra queste non è così netto e a volte coesistono più ordini di difficoltà.

Molto in sintesi, potremmo definire le difficoltà di ordine:

ü      Mentale, ovvero che rientrano nella sfera dei pensieri: il successo o meno di ogni singolo movimento dipende dall’attitudine mentale con cui lo si affronta;

ü      Emotiva, rispetto alle emozioni: alcuni stati di attivazione emotiva sostengono, mentre altri ostacolano la nostra progressione;

ü      Tecnica, riguardo a carenze specifiche nel movimento dell’Arrampicata Libera;

ü      Fisiche, cioè che interessano le capacità condizionali (forza, resistenza, elasticità) di ciascuno.

Scoprire l’ordine della difficoltà è sempre funzionale a comprendere l’ordine della risorsa che dovremo mettere in campo al prossimo tentativo.

 

A quelle appena descritte, si aggiungono un’infinità varietà di situazioni, ciascuna diversa dall’altra.

 

Ad esempio domenica abbiamo visto affrontare dei passaggi difficili e, dopo diversi pseudo-tentativi, prima di realizzare il tentativo vero e proprio, utilizzare quello che scherzosamente potremmo definire un “bluff”, ovvero realizzare il passaggio facendo affidamento (anche parziale) su risorse esterne (corda, spit, complicità del compagno che ci tira, …).

Il bluff è un’arma a doppio taglio perché se da una parte sembra sostenerci a risolvere il passaggio, dall’altra ci nega la possibilità di scoprire se senza saremmo stati in grado di passare comunque: alla sensazione di soddisfazione che accompagna un tentativo andato a buon fine, si sostituisce un senso di insoddisfazione legata all’amarezza del dubbio che ci rimane: saremmo passati o siamo riusciti solo perché abbiamo “barato”?

Anche il truffa-tentativo può essere di ordine diverso: può essere un piccolo aiutino, quanto basta per sentirsi psicologicamente rassicurati, o un vero e proprio aggrapparsi per sopperire a difficoltà anche di ordine tecnico o fisico. Il risultato non cambia: non è il grado di “aiutino” a definirne l’entità (un passaggio veloce veloce tenendosi appena allo spit). Anche qui, come nel caso della caduta, il truffa-tentativo ci fornisce delle informazioni preziose sulle credenze che abbiamo di noi stessi e su quelle che riteniamo siano le nostre debolezze o carenze. Quanto più l’aiutino è di carattere psicologico, tanto più comprendiamo che la nostra difficoltà non è tecnica o fisica: significa che non crediamo di saper sostenere i pensieri o le emozioni suscitate dal passaggio che stiamo cercando di risolvere e anche questo, se letto e non lasciato correre (“va bè, era solo un aiutino!”), diventa utile per espandere i confini della nostra consapevolezza.

A volte, un bluff, seguito da un vero tentativo, ci dimostra che non era necessario barare e che in fondo non credevamo sufficientemente in noi stessi e alla fine ci sorprendiamo nel rilevare in noi più risorse di quanto non pensassimo.

Potremmo sinteticamente semplificare affermando che la caduta fornisce informazioni utili su chi siamo, i nostri limiti e le nostre capacità, mentre il truffa-tentativo fornisce utili indicazioni sulle credenze che abbiamo di noi stessi, sull’immagine interiore che ci siamo costruiti: per questo è intimamente collegato al nostro livello di autostima.

 

Altro aspetto importante, emerso domenica, è stata la “pseudo-rinuncia”, ovvero di fronte ad un passaggio difficile, il fermarsi a pseudo-tentativi senza mai aver tentato realmente il passaggio (e quindi senza mai essere caduti).

Se non abbiamo veramente tentato qualcosa, non possiamo neanche veramente rinunciarvi. A volte, infatti, la rinuncia può essere un gesto di liberazione, perché scaturisce, dopo l’espressione del nostro massimo tentativo, dalla piena e serena accettazione amorevole dei nostri limiti. In questo caso la resa è quasi dolce: ha il sapore della soddisfazione di aver messo in campo tutto e della consapevolezza di sapere ora di quanto siamo capaci. È come perdere un combattimento con un avversario molto valido: non c’è disonore nella sconfitta, ma rispetto reciproco.

Al contrario, non avendo realizzato un vero tentativo, non sappiamo di che ordine di difficoltà si tratta e quindi di quali risorse abbiamo bisogno per risolvere il passaggio: rimaniamo semplicemente con l’amarezza di non essere passati e la falsa credenza che non abbiamo la possibilità di farlo.

 

In conclusione, la riflessione che ritengo molto importante, riguarda l’analogia tra l’Arrampicata Libera e il nostro modo di essere nella vita. Possiamo affermare che lo stile di relazione che assumiamo in parete sia simile a quello che realizziamo nella quotidianità? Troviamo delle analogie tra il modo di affrontare alcuni passaggi difficili in arrampicata e gli stessi nella vita di ogni giorno? Possiamo utilizzare le risorse che scopriamo scalando la roccia per affrontare le prove che ci si pongo davanti?

 

Federico Magnaguagno